"Olocausto è una pagina del libro dell'Umanità cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria"
Primo Levi
Tra le testimonianze che si possono trovare sull' Olocausto, le opere letterarie sono, probabilmente, tra le più conosciute perché scritte dagli stessi deportati.
Qui potete trovare una piccola raccolta dei libri e diari più importanti sull'argomento.
DIARIO DI ANNA FRANK
...È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze, perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo che può sempre emergere...
Anna Frank nasce nel 1929 a Francoforte e all'età di quattro anni si trasferisce insieme alla sua famiglia ad Amsterdam. Nel 1940 i Paesi Bassi vengono invasi dall'esercito tedesco. Il 12 giugno 1942, giorno del suo tredicesimo compleanno, Anna riceve in regalo un diario. Il 6 luglio 1942, per sfuggire ai nazisti che arrestano tutti gli ebrei per portarli nei campi di concentramento, la famiglia Frank (Otto Frank, la moglie Edith e le due figlie Margot e Anna) entra in clandestinità, nascondendosi in un alloggio segreto predisposto nei magazzini della ditta di Otto Frank.
Con loro portano il minimo indispensabile, riducendo il più possibile il bagaglio, in modo da passare inosservati. Nei giorni successivi un'altra famiglia va a vivere con loro: i signori Van Daan e il figlio Peter. Ultimo arrivato è il signor Dussel. Dopo un po' di tempo, fra Peter e Anna nasce una forte amicizia che giorno dopo giorno si sviluppa in un tenero amore. Nel suo diario Anna Frank parla delle angosce, delle illusioni, dei sogni, della distribuzione del cibo, dei turni in bagno, del cibo che non arriva, delle malattie temute e dello svolgimento della guerra. L'ultima annotazione porta la data del 1º agosto 1944; il 4 agosto l'alloggio segreto verrà scoperto e tutti i suoi abitanti arrestati, furono condotti al campo di concentramento di Westerbork; da qui le loro strade si divisero ma, ad eccezione del padre di Anna, tutti quanti morirono all'interno dei campi di sterminio nazisti. Dopo essere stata deportata nel settembre 1944 ad Auschwitz, Anna morirà di tifo a Bergen-Belsen, nel febbraio o marzo del 1945.
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"SE QUESTO E' UN UOMO" - PRIMO LEVI
"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no… "
Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 - Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore e partigiano italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi.
Partigiano antifascista, il 13 dicembre 1943 venne arrestato dai nazifascisti in Valle d'Aosta venendo prima mandato in un campo di raccolta di tutti gli ebrei a Fossoli e nel febbraio dell'anno successivo, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato al lager, tornò avventurosamente in Italia, dove si dedicò con forte impegno al compito di raccontare le atrocità viste e subite.
Il suo romanzo più famoso, sua opera d'esordio, Se questo è un uomo, che racconta le sue terribili esperienze nel campo di sterminio nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale, inserendosi nel filone della memorialistica autobiografica e nel cosiddetto neorealismo.
Se questo è un uomo è un'opera memorialistica scritta tra il dicembre 1945 ed il gennaio 1947. Rappresenta la coinvolgente ma meditata testimonianza di quanto vissuto dall'autore nel campo di concentramento di Auschwitz. Levi sopravvisse alla deportazione nel campo di Monowitz, lager satellite del complesso di Auschwitz e sede dell'impianto Buna-Werke proprietà della I.G. Farben.
Il testo venne scritto non per muovere accuse ai colpevoli, ma come testimonianza di un avvenimento storico e tragico. Lo stesso Levi diceva testualmente che il libro era "nato fin dai giorni di lager per il bisogno irrinunciabile di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi" ed è scritto per soddisfare questo bisogno.
Al primo impulso da parte di Levi, quello di testimoniare l'accaduto, seguì un secondo, mirato ad elaborare l'esperienza vissuta, il che avvenne grazie ai tentativi di spiegare in qualche modo l'incredibile verità dei lager nazisti.
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DIARIO DI GUSEN – ALDO CARPI
Aldo Carpi arriva a Gusen nel maggio del 1944, dopo il carcere milanese di San Vittore, e vi trascorre un terribile anno. Fragile uomo, di cinquantasei anni, pittore, insegnante all’accademia di Brera, marito affettuoso e padre di 6 figli. Cittadino del suo tempo, compie, come i suoi figli, la scelta della resistenza contro fascisti e tedeschi. E’ naturalmente vittima di una delazione. Il delatore è un collega. Appena arrivato comincia, su foglietti raccolti o donati, il suo “Diario di Gusen” in forma di lettere alla moglie. Un lungo colloquio solitario, perché la moglie possa conoscere le sue pene mentre soffre, i suoi pensieri mentre gli attraversano la mente. Un modo per non cedere alla paura, alla stanchezza, un aggrapparsi alla necessità di fermare i ricordi anche a rischio della vita. Annotare quanto succedeva nei campi era punito con torture e con la morte, intorno a quei pezzetti di carte si appuntava anche l’occhio sospettoso e non sempre benevolo dei deportati che gli vivevano vicino.
La sera del 24 luglio, tre mesi dopo la liberazione, torna a Milano nella sua casa, è riuscito a portare con sé i suoi pezzetti di carta per Maria. Con l’aiuto del figlio Pinin lavorerà al suo “Diario di Gusen”, che sarà edito da Einaudi nel 1993. Il libro si chiude con le sue parole:
“Poi ho saputo di Paolo. Noi vivevamo nella speranza che tornasse, pareva impossibile che non tornasse. Appena arrivato ho contato i figli: 1,2,3,4,5, e uno mancava. Non mi è venuto in mente di continuare il diario, non ho scritto più…"
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LA NOTTE - ELIE WIESEL
“La notte” è un romanzo autobiografico di Elie Wiesel che racconta le sue esperienze di giovane ebreo ortodosso deportato insieme alla famiglia nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald negli anni 1944-1945, al culmine dell'Olocausto, fino alla fine della seconda guerra mondiale.
In poco più di 100 pagine di narrazione frammentaria Wiesel descrive come l'orrore vissuto nei campi di concentramento e di sterminio gli abbia fatto perdere la fede in Dio e nell'umanità; tale perdita si riflette nell'inversione dei ruoli padre-figlio, poiché egli, da adolescente, dovrà badare a suo padre, divenuto via via più debole, fino alla morte. "Se solo potessi sbarazzarmi di questo peso morto [...] Immediatamente mi vergognai di me stesso, per sempre". Nel racconto, ogni cosa viene invertita, ogni valore distrutto. "Qui non ci sono padri, fratelli, amici", gli disse un Kapo. "Ognuno vive e muore in solitudine".
Wiesel aveva 16 anni quando Buchenwald venne liberata dagli Alleati nell'aprile 1945, troppo tardi per suo padre, che era morto a causa delle percosse subite.
IL SILENZIO DI ABRAM – MARCELLO KALOWSKI
Ogni volta che posso chiedo a mio padre di parlarmi di Lodz, della sua famiglia, di Auschwitz, nel farlo sollevo automaticamente la manica della sua camicia, mettendo a nudo il numero tatuato sul suo braccio. Mentre mi parla continuo a fissare quel numero che diventa uno schermo capace di trasformare istantaneamente le sue parole in immagini; il suo non è mai un racconto organico, coerente, solo poche frasi, lampi che illuminano per un breve istante una memoria costretta nell’oscurità. Si vede che ha fretta di chiudere l’argomento, che non vuole farmi entrare in quel mondo il cui ricordo genera troppa sofferenza; ma la sua ritrosia non mi scoraggia, anzi, perché io in quel mondo voglio assolutamente entrare. E le poche cose che mi racconta, della sua infanzia felice, dell’abbrutimento nel ghetto che aveva prosciugato persino le lacrime che sarebbe stato giusto versare per la morte del padre, dell’ultimo sguardo rivoltogli dalla madre mentre si incamminava verso le camere a gas, degli incubi che popolavano le notti ad Auschwitz, me le dice sorridendo, come se le raccontasse a se stesso.»
È il 1959, il luogo è Grottaferrata, alle porte di Roma, dove un ente assistenziale ebraico sin dal primo dopoguerra forniva aiuto medico, finanziario e professionale ad alcune decine di ebrei sopravvissuti all’olocausto e bloccati in Italia nel loro esodo verso la Palestina dall’insorgere di malattie contratte nei lager nazisti. Lì iniziano i ricordi di un bambino di cinque anni che con sempre maggiore consapevolezza accetta di condividere i ricordi della vita spezzata del padre. Questo è un racconto autobiografico che ha un’ambizione: sfiorare appena la descrizione dell’esperienza nel campo di sterminio e parlare del ‘prima’ e del ‘dopo’, per testimoniare ciò che di una vita si è perso, ciò che tutti noi abbiamo perso.
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AUSCHWITZ. ERO IL NUMERO 220543 – DENIS AVEY
«conoscenza limitata a volte è più rischiosa dell'ignoranza vera e propria»
Il libro narra le esperienze vissute da Denis Avey, soldato de lRoyal Armybritannico che prestò servizio in Nordafricala prima metà della seconda guerra mondiale. Dopo essere stato catturato e trasferito varie volte in varie carceri per prigionieri di guerra in vari paesi europei, Avey è stato alla fine internato nel campo di lavoro di Auschwitz- Monowitz. Lì, sentendo parlare delle immani atrocità inflitte dalle SS ai danni dei prigionieri ebrei, decide di scambiarsi con uno di loro per qualche notte per poter essere testimone di tutto ciò in prima persona.
Liberato alla fine del conflitto, ha taciuto la sua storia per anni, prima di raccontare gli orrori che ha vissuto in prima persona in uno stato di totale impotenza.
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DAL LICEO AD AUSCHWITZ
LETTERE DI LOUISE JACOBSON
Dal liceo ad Auschwitz - Lettere di Louise Jacobson è un libro che raccoglie le lettere inviate durante la prigionia a parenti e amici da Louise Jacobson, una studentessa liceale parigina di famiglia ebrea, uccisa nel febbraio 1943 nella camera a gas del campo di concentramento di Auschwitz.
Sospettata di simpatie comuniste, era stata denunciata assieme alla madre Olga Golda-Riva Jacobson in maniera anonima da alcuni vicini di casa come simpatizzante comunista, ma il suo arresto al rientro a casa avvenne perché non indossava la stella gialla che identificava gli ebrei, nella Francia occupata dal regime nazista.
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