"Dimenticare lo sterminio, fa parte dello sterminio"
Jean-Luc Godard
Le arti figurative hanno dato un valido contributo alla memoria attraverso le emozioni forti che esse trasmettono, nonostante alcuni studiosi non le abbiano debitamente apprezzate e considerate utili allo scopo.
Il genocidio diventa, così, nelle opere pittoriche, l'archetipo di ogni forma di violenza e intolleranza, per cui, rappresentare la Shoah serve da monito alle future generazioni. Pertanto, è doveroso conoscere i “pittori dell'Olocausto”, che ci hanno tramandato immagini che ricordano la crudeltà e l'orrore del pregiudizio.
Vediamo ora, più da vicino, alcuni capolavori di quella che possiamo definire la “pittura della memoria”.
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Chagall, Crocifissione in giallo (1938-’42)
Il più grande artista che ha saputo meglio interpretare la SHOAH è il pittore Marc Chagall.
Nato nell’odierna Bielorussia da una famiglia di ebrei chassidici, l’artista si stabilì a Parigi a partire dal 1915. Di lui ricordiamo la famosa “Crocifissione in giallo“, conclusa nel 1942, a cinque anni di distanza dalla “Crocifissione bianca” ed esposta (fino al 1° febbraio) a Milano. Ispirandosi al “Cristo giallo” di Gaugin e alla lunga tradizione del “Christus patiens”, Chagall rappresenta qui – in un’atmosfera da incubo, nella quale alcuni volti diventano blu e i cavalli appaiono destrieri della Morte – la persecuzione degli ebrei nell’Europa centrale ed orientale.
La loro sofferenza viene rappresentata inserendo alcuni simboli tipicamente cristiani, così da creare un contesto di forte opposizione. Le case vanno a fuoco, domina la disperazione: è l’Apocalisse.
Felix Nussbaum, Autoritratto con carta di identità ebraica (1943)
Felix Nussbaum, esponente dell’espressionismo tedesco. L’autore, deportato ad Auschwitz (dove trovò la morte) con l’ultimo convoglio partito dal Belgio, ci ha lasciato uno straordinario repertorio di testimonianze visive riguardo la propria persecuzione.
I suoi autoritratti, eseguiti nei primissimi anni ’40, mostrano paura, sconcerto e disperazione.
Fra questi, una delle rappresentazioni più geniali, spesso adottata come icona della shoah, è l’Autoritratto con carta di identità ebraica (1943): l’artista mostra allo spettatore, come se si trovasse di fronte ad un soldato nazista, il segno tangibile della segregazione. Sul suo volto la rassegnazione; una mano all’altezza del bavero, come per proteggersi; alle sue spalle il muro del ghetto, dei fumi pestilenziali e un albero spoglio, simbolo della decadenza morale e umana.
David Olère, La stanza del forno (1945)
David Olère, pittore nato a Varsavia e poi ritiratosi in Francia dopo la guerra, fu anch’egli internato nel complesso di Auschwitz, dove divenne membro del Sonderkommando, uno speciale gruppo di deportati (per lo più ebrei), obbligati a collaborare con le autorità nazionalsocialiste all’interno del lager. Olère sopravvisse a quella tragica esperienza e rappresentò poi le barbarie subite con un occhio freddo, quasi fotografico, alieno a qualsiasi tipo di retorica sentimentale. Lo spettatore è posto di fronte alla verità della memoria nella sua cruda essenzialità.
Pensiamo a La stanza del forno (precisamente il Crematorio III di Birkenau), in cui alcuni Sonderkommandos sono costretti a cremare i corpi di altri ebrei: in primo piano, a destra, una massa informe di cadaveri anonimi, il cui arrivo in questo “salotto della morte” è facilitato dal montacarichi posto sullo sfondo. Le opere di Olère (dipinti e disegni), acquistarono un’importanza tale da essere utilizzate nei processi ai gerarchi nazisti tenutisi nel dopoguerra.
Zoran Music, particolare dell’impiccato
Zoran Music, artista sloveno (nato a Gorizia), esponente della nuova Scuola di Parigi, che nel 1944 fu deportato a Dachau, dove riuscì a ritrarre segretamente la vita del campo, in circostanze estremamente difficili e pericolose.
Si tratta di disegni spietati e stranianti. E’ lo stesso autore a fornire un racconto di questa serie anatomica dolente e funesta:
“Vivevo in un quotidiano paesaggio di morti, di moribondi in un’apatica attesa. Nella sala dove ci si lavava, lungo il muro, accatastati altri cadaveri per l’impossibilità di bruciarli subito. Comincio timidamente a disegnare. Forse così mi salvo. Nel pericolo avrò forse una ragione di resistere. Prima provo, di nascosto. Cose viste strada facendo verso la fabbrica: l’arrivo di un carro bestiame aperto. Cascano fuori i morti. Presto sono preso da un’incredibile frenesia di disegnare. Quanta tragica eleganza in questi fragili corpi. Queste mani, le dita sottili, i piedi, le bocche aperte nell’ultimo tentativo di aspirare ancora un po’ di aria. Le ossa coperte di una pelle bianca, quasi celestina”.
Edith Birkin, A Camp of Twins: Auschwitz
Edith Birkin, deportata nel ’41 al Ghetto di Lódz e in seguito ad Auschwitz.
Sopravvissuta lavorando in una fabbrica di munizioni, nel ’45 ha preso parte alla marcia della morte e a Belsen, finalmente, è stata liberata.